Come scrivere una scena senza spiegare tutto: una lezione da Norwegian Wood

Se ti stai chiedendo come scrivere una scena capace di emozionare il lettore senza spiegargli tutto, c’è un consiglio che ricorre in quasi tutti i libri di scrittura: show, don’t tell. Mostra, non spiegare.
Detto così sembra semplice. Poi, quando si scrive, succede quasi sempre la stessa cosa. La scena funziona, i personaggi fanno qualcosa, lasciano intuire un’emozione, ma proprio sul finale arriva una frase che la spiega: “era triste”, “in quel momento capì di amarla”, “si sentiva profondamente solo”.
È uno degli errori più comuni di chi scrive. Per paura di non essere abbastanza chiaro, finisce per spiegare un’emozione che la scena aveva già raccontato. Norwegian Wood di Murakami Haruki, invece, fa esattamente il contrario.
Il pozzo di Naoko: quando un’immagine racconta un personaggio
C’è una scena bellissima di Norwegian Wood che mi torna in mente ogni volta che chiedo a un autore di spiegare meglio i propri personaggi.
Mentre camminano in un prato, Naoko racconta a Watanabe di un vecchio pozzo nascosto tra l’erba. È così profondo che nessuno ne vede la fine, e nessuno sa dove si trovi davvero. Non è segnalato da cartelli né protetto da un recinto. Se qualcuno ci cadesse dentro, dice, potrebbe sparire per sempre.
Il pozzo compare quasi per caso, all’interno di una conversazione tranquilla.
Poi Naoko prende la mano di Watanabe e gli dice che, finché resteranno vicini, non correrà alcun pericolo.
«Come fai a saperlo?»
«Lo so. Lo so e basta. […] Adesso che cammino attaccata forte a te, non ho nemmeno un po’ di paura. Il buio e il male non possono trascinarmi via.»
In quel momento Murakami avrebbe potuto spiegare tutto. Avrebbe potuto scrivere che Naoko è fragile, che vive costantemente al confine tra serenità e smarrimento, che il dolore continua ad accompagnarla anche quando sembra stare bene.
Non lo fa, lascia che sia quel pozzo a raccontarlo.
Perché quella scena funziona così bene
Il punto non è il pozzo. Il punto è che Murakami non sente il bisogno di interpretare la scena per il lettore. Costruisce un’immagine, sceglie pochi dettagli e poi si ferma. Il resto nasce nella mente di chi legge.
Ed è forse questa la qualità che rende Norwegian Wood un romanzo così difficile da dimenticare (io almeno non riesco a dimenticarlo).
Non succedono grandi colpi di scena. I protagonisti passeggiano, preparano il caffè, ascoltano un disco, parlano. Eppure, quando chiudi il libro, hai la sensazione di conoscere quei personaggi molto più di quanto Murakami abbia realmente scritto.
Cosa possiamo imparare come scrittori
Se hai già letto il mio articolo Cosa fa un editor, sai che durante la fase di editing viene analizzato il ritmo, la struttura, i dialoghi e la coerenza del testo. Tra le cose che mi capita più spesso di segnalare ci sono proprio le frasi che spiegano ciò che la scena ha già mostrato. Prima di lasciarle nel testo, propongo sempre la stessa domanda: il lettore lo ha già capito? Se la risposta è sì, forse quella frase non serve.
Questo non significa eliminare tutte le emozioni o trasformare ogni pagina in una sequenza di descrizioni. È qui che quel celebre show, don’t tell viene spesso frainteso.
Mostrare non significa raccontare ogni minimo gesto, significa scegliere quelli giusti: un silenzio, una mano che cerca un’altra mano, un pozzo nascosto nell’erba.
A volte basta un solo dettaglio per raccontare un intero personaggio. Ed è proprio su dettagli come questi che si concentra una parte del lavoro editoriale. Riconoscere quando una scena funziona già e quando, invece, ha bisogno di essere rafforzata è uno dei tanti passaggi che trasformano una prima bozza in un libro. Se vuoi scoprire come si inserisce questo lavoro nel percorso editoriale, ne parlo nell’articolo Le fasi della lavorazione editoriale.
Fidarsi del lettore
Quando iniziamo a scrivere, spesso abbiamo paura di non essere capiti. Così aggiungiamo una frase, poi un’altra. Spieghiamo un’emozione, ribadiamo un concetto, mettiamo nero su bianco ciò che la scena aveva già raccontato.
Eppure le scene che restano nella memoria fanno il contrario. Si fermano un attimo prima e lasciano spazio, perché sanno che il lettore è perfettamente capace di attraversare quel silenzio da solo. Forse è anche per questo che, a distanza di anni, continuiamo a ricordare un pozzo nascosto nell’erba e la ragazza che ce lo ha fatto immaginare.

Mi occupo di narrativa e saggistica per case editrici come La nave di Teseo, Solferino, Aboca, Mondadori, Einaudi Ragazzi, Marsilio, Carocci e Bottega Errante, ma anche della traduzione e della revisione delle guide Lonely Planet.
Negli anni ho avuto modo di seguire progetti diversi, dalla narrativa contemporanea ai saggi più tecnici, fino all’editoria di viaggio. Prima di intraprendere la libera professione, ho lavorato a lungo in Minerva Medica.
Lavoro con case editrici, autori e professionisti, affiancandoli in ogni fase del percorso editoriale.



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